Le caramelle dei banchieri

 

hardcandy

This is a short story in Italian by Pietro Ferrua [the synopsis in English by Mirella Bontempo follows the original]. Ferrua’s most recent publication is “John Cage, Anarchico ‘Schedato’ in Brasile”(Ocra Press, 2013), an account of how the Brazilian police put a musician on file for his anarchist activities.]

Serai has occasionally published pieces in languages other than English or French as an attempt to reach out to different cultural communities.

 

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Sin dal primo giorno Filippo si era stupito che le banche fossero cosi diverse da quelle italiane. Salvo la guardia armata (chissà perché gli americani non avevano ancora scoperto le doppie porte!) all’entrata, che incuteva timore (ma forse solo presso i benintenzionati), il resto diventava subito un’avventura affascinante: i tappeti di lusso, le accoglienti hostess, le comode poltrone, i portacenere giganti, le luci soffuse e carta (tanta carta, di ogni formato e colore) a disposizione dei clienti, con tanto di penna biro (dovizie di penne)senza la stringa che, come da noi, le teneva “avvinghiate” ad una catenella, a sua volta solidamente fissata allo sportello (salvo qualche volta riscontrare che qualcuno – per rabbia o dispetto – aveva dato uno strattone e s’era portato via la biro con un pezzo di catenella pendente, che magari gli rovinava la giacca spandendo inchiostro nel taschino interno). Le penne delle banche americane portano sempre una dicitura pubblicitaria ed è scontato che uno se le tenga.

“Ah! Anche tu sei membro dell’Istituto di Credito X , dicevano sorridendo gli amici”.

In certi uffici, le suddette penne erano sparse un po’ dappertutto sulle scrivanie a tal punto che veniva da pensare che la Biblioteca Y fosse una succursale della banca K, dato che a sua volta le offriva  – gratis! – ai lettori. E nessuno vi vedeva nulla di anormale.

Certe banche offrivano – parola d’onore- addirittura il caffè e chiedevano soltanto se uno lo voleva zuccherato o meno, con latte (in polvere, naturalmente) o no. C’era gente seduta in poltrona a fumare (prima che le campagne antitabagiste riuscissero ad eliminare il consumo di sigarette nei luoghi di accesso pubblico) sorbirsi il caffè (certo non espresso e servito in bicchieri di polistirolo, senza cucchiaino ma con una stecca di legno per far girare lo zucchero e scioglierlo nella bevanda calda), leggersi le quotazioni in borsa.

Poi, colmo del lusso e della generosità, c’erano anche i gabinetti per il pubblico (ve lo immaginate alla Banca Commerciale?) con tanto di carta igienica (scusate l’indecenza del discorso), acqua calda e sapone, asciugamani pulito e bicchieri (di plastica, beninteso) se uno volesse dissetarsi alla fontanella dell’acqua potabile, sita accanto al rubinetto del lavabo. Ma, quel che più piacque a Filippo erano le caramelle, non la loro “qualità”, anzi, ma il principio. Gli pareva di essere giunto a Bengodi. Quando condivideva le sue osservazioni con gli amici, ne riceveva in risposta un sorriso sarcastico: ”e chi credi che le paghi le caramelle? Il cliente, con alti interessi…” A lui pareva che i tassi di prestito non fossero poi cosi esosi, paragonati con quelli nostrani, ma le nostre banche non offrivano né caffè, né caramelle, né tantomeno gabinetti di decenza. E s’intavolava una polemica che concludeva sempre con un fatidico: “vedrai! Te ne accorgerai a spese tue…!”.

Non se n’accorse tutto d’un colpo, perché per i primi mesi, Filippo entrava in banca solo per cambiare in moneta locale i suoi assegni di viaggio. Si, aveva notato che erano un po’ sospettosi, giravano e rigiravano i “Travellers”, li guardavano contro luce, gli chiedevano un sacco di documenti, anziché, come facevano, ad esempio, alla stazione ferroviaria di Ginevra, quando entrava in Svizzera, che gli consegnavano subito i soldi, magari senza neanche rivolgergli la parola e certamente senza badare alle firme o richiedere il passaporto, però non attribuì tutte queste precauzioni ad una fisima di un certo impiegato o al suo accento straniero (essere stranieri è di per sé sospettoso in questo paese, di questo se n’era presto accorto).

Un giorno, un membro della famiglia, che risiedeva in America già da parecchi anni, gli fece notare che anziché tenere i suoi assegni in un cassetto della stanza d’albergo in cui risiedeva, avrebbe fatto meglio a depositarli in banca, aprendo un conto corrente e adoperando degli assegni bancari nazionali anziché esteri. L’idea gli parve sensata e l’accolse, se non con entusiasmo, certamente con sollievo, perché gli dava fastidio portarsi dietro il passaporto (troppo voluminoso per entrare nel taschino delle camicette che indossava d’estate) ogni volta che doveva andare in banca.

I guai cominciarono quando richiese l’apertura di un conto. Il suo passaporto estero non bastava perché non provava affatto che lui fosse un residente permanente. Volevano un documento che provasse il suo diritto di presenza sul territorio nazionale. Lo mandarono all’Ufficio Immigrazione ove gli fornirono un tagliando-ricevuta che però non accontentò la banca. Insistevano su di un documento con foto d’identità. Dopo parecchi viaggi da un ufficio all’altro, l’impiegato che, neanche a farlo apposta si chiamava Mr. Caramella (era oriundo italiano) gli disse :”Perché   non ti (gli italo-americani adoperano sempre il tu, qualsiasi sia l’età, il ceto sociale, il grado di confidenza e d’amicizia) pigli la patente?”

Non ci aveva pensato perché per poter guidare l’auto gli bastava la patente internazionale di cui si era munito prima di espatriare. Segui il consiglio ma passò un altro mese prima che ottenesse quel documento. Non comprendeva perché il passaporto non fosse sufficiente ma il patentino si. Pian piano capi che il tesserino della Previdenza Sociale e la patente automobilistica sono l’apriti-sesamo di qualsiasi pratica, anche se il primo non porta la foto ed è facilmente falsificabile (difatti milioni di  clandestini messicani lo possiedono) e il secondo non ha nulla a che vedere con lo statuto di residente permanente. Tutt’al più, quest’ultimo prova che uno è domiciliato nell’Oregon, ma è quanto basta per i banchieri.

Finalmente riuscì ad aprire il conto e a procurarsi il libretto degli assegni. Tutti i suoi primi assegni vennero respinti dalla banca perché – non se n’era accorto prima – i numeri andavano scritti all’americana e non come nel resto del mondo. Filippo conosceva benissimo il sistema inglese e sapeva che, nelle cifre, punto corrispondeva a virgola e viceversa, ma provava difficoltà soprattutto con tre numeri, l’uno, il quattro e il sette ( a volte gli contestavano anche il nove o l’otto, ma forse solo per dispetto , pensò). Lui si ostinava a fare l’uno col gancetto, il sette con la stecca trasversale e il quattro come si fa in Italia o nella maggior parte dei paesi europei. Ma l’uno andava fatto come un’asta verticale (l’uno romano), il sette senza la crocetta e il quattro… Beh, il quattro rimase per lui un mistero per quasi trent’anni, sinché trovò una soluzione semplicissima ma che volle mantenere misteriosa e segreta. Pensò al vecchio detto “ impara l’arte e mettila da parte” e siccome a lui c’erano voluti tre decenni, tanto vale conservasse per sé questa scoperta, da tramandare attraverso figli e nipotini.

Per l’1 si rimise a fare le aste, che non gli venivano mai dritte, ma l’i (che era una “i” senza puntino) pian piano gli usci decente: era troppa la differenza fra 10 e IO dollari (la prima 1 i cassieri la scambiavano per un 7). Dopo anni di fatica estenuante e di esercizi acrobatici con la penna cercava di evitare quei tre  numeri diabolici e scalava sempre qualcosa nei conti: quando doveva pagare 19 dollari faceva un assegno da 20, era facile, l’uno di resto o di credito era affar di banca. Se la fattura era di 47 dollari, preferiva fare l’assegno di 50 dollari. Ma a volte gli capitavano degli incubi: come se la sarebbe cavata se avesse dovuto comporre un assegno di 147,74?

Con la pazienza, l’aiuto della ragazza che distribuiva le caramelle o quello dei figli che andavano a scuola e che, non soltanto avevano preso l’accento giusto, ma avevano anche presto imparato a scrivere i numeri, pian piano eliminò gli errori e diminuì il numero degli assegni respinti.

Il solito benintenzionato gli spiegò che era più semplice richiedere una carta di credito: si evitava di compilare assegni, si poteva pagare per telefono  e addebitare nei negozi con una firma. Quando si rivolse al cassiere, questi consultò il suo conto sullo schermo del computer e disse: “mi pare che ci sia abbastanza, ma non Le prometto nulla, compili questo modulo”.

La risposta gli pervenne per posta qualche giorno dopo ed era negativa. In sintesi, affermava il dispiacere della banca di non potergli concedere la carta di credito per mancanza di …debiti. La cosa gli parve cosi insensata che lo lasciò allibito: in qualsiasi paese del mondo il debito è quasi una vergogna, pur essendo talvolta una necessità imperiosa. Si ragionava forse alla rovescia in questo paese? Chiese ragguagli e gli venne spiegato che se Tizio compra una casa o un’automobile, contrae un debito con la banca. Dopo un certo periodo di tempo (mesi? anni?) se rimborsa il mutuo rateale tempestivamente gli vengono attribuiti dei punti dopodiché lo si considera solvibile. Insomma, bisognava contrarre debiti per poter ottenere credito. Gli venne consigliato di comprare la casa in cui abitava anziché pagarne l’affitto. Contraendo un debito del genere ed evitando di diventare moroso avrebbe ottenuto il placet bancario. Ma Filippo non solo non voleva assumere un debito trentennale ma non disponeva neanche dell’ammontare minimo da versare per l’acquisto di una, seppur modesta, villa. A questa obiezione gli chiesero di contrarre un prestito, che però la banca gli avrebbe comunque rifiutato: era un circolo vizioso dal quale non poteva uscire. Lo salvò l’acquisto di un’automobile usata, che gli permise di indebitarsi per sei mesi, dopodiché ottenne finalmente la carta di credito, rilasciata, fra l’altro, dalla stessa banca che gliel’aveva prima rifiutata.

Lo assicurarono che quel tesserino apriva tutte le porte: bastava che pagasse puntualmente ogni mese e non spendesse più del massimo consentito, dopodiché questo sarebbe aumentato in modo da potersi comprare a credito poniamo un vestito, prima, e, dopo qualche anno, addirittura un’automobile nuova di zecca.

Questo sulla carta e a parole, la realtà si rivelò essere ben diversa. A fine mese pagava integralmente il debito accumulato. Passò un trimestre e l’impiegato bancario gli fece gentilmente osservare che se non creava debito (pagando almeno un po’ meno di quanto doveva) non avrebbe mai creato il fascicolo “storia del credito” (che eufemismo!) sul quale le altre banche e carte di credito si basano per consentirgli o meno maggior apertura di credito. Paolo, il suo nuovo amico ex-italiano, immigrante di vecchia data, gli soffiò la verità: “in realtà loro vogliono che tu ti indebiti almeno un po’, per poterti imporre degli aggi, altrimenti come potrebbero sopravvivere? A Filippo, ingenuamente, pareva che le banche potessero accontentarsi del costo annuo di mantenimento del conto e calcolava che se un milione di persone hanno la carta di credito X e pagano, poniamo, 20 dollari all’anno, la banca ci guadagna venti milioni, ai quali andavano aggiunte le commissioni (del 5%?) percepite ai negozianti sugli acquisti effettuati da ognuno. Paolo sorrise accondiscendente e osservò che “bastavano appena per pagare le caramelle e lo stipendio delle pretesse del tempio che lo accoglievano all’entrata in banca”.

Filippo accettò la spiegazione anche perché lo diverti l’allusione alle “pretesse del tempio” (stava appunto leggendo un trattato di Mircea Eliade sulla mitologia moderna) anche perché più di una volta si era sbagliato e credendo di entrare in una banca entrava in una chiesa, anzi, in un tempio protestante e s’accorgeva dello sbaglio soltanto quando l’hostess, anziché caramelle, gli offriva opuscoletti sull’Apocalisse. L’errore era spiegabile: l’architettura dei templi era molto simile a quella delle banche, dall’esterno, beninteso.

Tornò l’estate e prima di recarsi in Italia per trascorrere le ferie coi genitori, prese le sue disposizioni per liquidare tutte le fatture affinché non sorgessero pasticci in sua assenza.

Ritornando in autunno trovò tre lettere “minatorie” della banca, sezione amministrativa delle carte di credito. La prima gli intimava il pagamento della somma di dollari 0,00, naturalmente scritto all’americana e cioè .00. La seconda, interessi negativi morosi pari a .00. La terza spese postali di .20 per invio di due comunicazioni straordinarie, la prima rientrava nelle spese di normale amministrazione. Seguivano minacce: arrivo di un collettore a domicilio, denuncia all’autorità giudiziaria, confisca dei beni patrimoniali e via di seguito. Non sapeva se adirarsi o sghignazzare. Siccome era sabato, dovette aspettare sino al lunedì per recarsi in banca e quando vi arrivò, si era abbastanza calmato. Allo sportello presentò la prima lettera e la cassiera osservò che non doveva nulla. Le fece vedere la seconda e la signorina ebbe un sussulto d’impazienza come se pensasse che Filippo si beffava di lei. Insistette. Mary, cosi diceva la targhetta, chiuse lo sportello e annunciò di dover conferire col suo superiore. Filippo notò che confabulava con un signore calvo ed anziano, che doveva essere il direttore e il quale cominciò a scuotere la testa. Assieme si diressero verso una gabbia di vetro dentro la quale c’era un giovanotto seduto di fronte ad un enorme elaboratore elettronico (non si era ancora giunti alla miniaturizzazione!). Questi sbottò a ridere, si lisciò la barba e i capelli che coltivava…lunghissimi (queste bizzarrie erano concesse soltanto a coloro che non mantenevano contatti diretti col pubblico e poi, guai ad indisporre uno specialista in informatica, a quell’epoca considerato come un guru) e si mise a tambureggiare sui tasti, cosi pareva a Filippo che, da lontano, poteva osservare solo alcuni particolari della scena. Tornò Mary che chiese al cliente di comporre un assegno di 0,00 (cioè .00) dollari. Lo portò di corsa al mago cibernetico, il quale lo infilò in una fessura del computer e aspettò un po’ per vedere quello che sarebbe successo. La risposta non doveva essergli piaciuta perché Mary tornò correndo. Il computer aveva approvato l’assegno del pagamento, ma reclamava la mora. Gli venne richiesto un secondo assegno di .00, che Filippo firmò seduta stante. Intanto la voce si era sparsa, e chi con la sigaretta in bocca (trent’anni or sono era ancora permesso), chi con la chicchera del caffè (per uso interno esistevano tazzine vere e proprie), chi con la matita, con un foglio, con gli occhiali in mano, gli astanti avevano formato una piccola folla che si accalcava, a rispettosa distanza, dietro le spalle del ragioniere seduto al terminale. Tornò Mary a richiedere un terzo assegno, come Filippo aveva ormai previsto, per il rimborso spese postali. Aveva degli spiccioli in tasca e li versò sul marmo del banco ma si scopri ben presto che il computer non poteva accettare soldi in contanti, era stato programmato per leggere solo assegni. Compilò perciò un terzo assegno, stavolta di .20 dollari. Non andava neanche cosi, perché il regolamento bancario non permetteva l’emissione di assegni inferiori a 1 dollaro. Nuove consultazioni e finalmente qualcuno ebbe un lampo di genio: “faccia un assegno di un dollaro e richieda che il credito venga applicato al pagamento della prossima scadenza mensile”. Andò bene cosi e fu uno scroscio di applausi, non si capiva bene se i battiti di palme fossero destinati al computer, al tecnico che lo maneggiava, all’ingegnere-capo che lo aveva programmato (nel frattempo era arrivato anche lui dal piano superiore, in maniche di camicia, si, però con cravatta), a Mary che fungeva da staffetta fra lo sportello e la gabbia di vetro, o a Filippo. Insomma, anche se c’eran voluti 46 minuti, la soluzione era stata trovata.

 

Un’altra avventura corsa da Filippo ebbe luogo in occasione di una trasferta professionale di una settimana, in California. Tutti lo rassicuravano: ”Vedrai, ti piacerà, troverai tutto quello che cerchi invano nell’Oregon e ti divertirai un mondo”.

Cosi fu. Rimase circa una settimana e, alla vigilia del rientro spese tutto quello che gli era rimasto, comprando due filoni di pane (nell’Oregon ci si doveva accontentare di pane in cassetta), un chilo di parmigiano autentico, un astice vivo in confezione speciale e una bottiglia di rabarbaro. Tornando in albergo per ritirare il resto dei bagagli, trovò un messaggio della compagnia aerea che lo informava della soppressione del suo volo. Andò comunque all’aeroporto. La compagnia era in sciopero (fenomeno più unico che raro, in questo paese) e tutti i voli erano stati soppressi. No, non potevano rimborsarlo perché la cassa sarebbe rimasta chiusa, ma il suo biglietto, acquistato a tariffa completa, poteva essere utilizzato per un volo di un’altra compagnia aerea. Si presentò allo sportello delle due o tre aerolinee concorrenti e scopri che tutti i voli per Portland erano completi per quella sera e per i due giorni successivi. Altroché perder la pazienza! Decise di partire in treno, viaggiando magari tutta la notte. Gli costò fatica telefonare alla stazione e quando vi riuscì lo informarono che l’unico treno quotidiano per Portland era già partito. Si ripiegò sull’autobus. Il viaggio sarebbe stato lungo e faticoso: la durata era di circa dodici ore ma le poltrone erano comode e ribaltabili, la vettura era climatizzata, c’era il gabinetto a bordo e una lampadina individuale per coloro che volevano leggere se non riuscivano a dormire. Chiese se potesse acquistare il biglietto con assegno o carta di credito e gli risposero affermativamente. Aveva in tasca ancora circa settanta dollari in contanti e decise perciò, carico e stanco com’era, di offrirsi un taxi per recarsi all’autostazione. Vi arrivò per tempo e si mise in coda allo sportello. Quando arrivò il suo turno, cadde il cielo: malgrado quanto gli avevano affermato al telefono, non accettavano assegni di banche non californiane né il tipo di carta di credito da lui posseduto. Chiese di conferire col direttore, il quale lo ricevette nel suo ufficio privato, ma fu intransigente: niente assegni oregoniani (solo allora cominciò a capire come il capitalismo, oltre ad essere rapace, come aveva sempre pensato, è anche stupido e inefficace), niente carta di credito K. Si sentiva umiliato e impotente: ma come, non si rendevano conto che lui era una persona colta ed onesta che, per un malaugurato insieme di circostanze, era rimasto appiedato! Non chiedeva mica l’elemosina, ma soltanto che accettassero un assegno di circa cinque dollari, tanto quanto gli mancava per acquistare il biglietto, perché, dopo aver pagato il tassi, gli rimaneva ancora una trentina di dollari. Immagino sé stesso nella posizione inversa: vista la buona fede del cliente avrebbe cavato di tasca i sei dollari , in cambio di un assegno ( se fosse stato fasullo non sarebbe poi stata una gran perdita) o, in uno slancio di generosità , avrebbe esclamato: ”eccole i sei dollari, e a buon rendere!”

Ma, oltre ad essere ottuso, il gerente di turno era anche antipatico e spilorcio.

Filippo tornò allo sportello e comprò un biglietto sino alla stazione più vicina a Portland, per la quale bastassero i soldi che aveva in serbo. Si trattava di Eugene, ove, pensò, trattandosi di una città dell’Oregon, avrebbe potuto pagare il resto del biglietto con un suo assegno. La notte fu lunga e penosa. Aveva dovuto saltare la cena, anche se coi due dollari di spiccioli che gli erano rimasti, riuscì a comprarsi un caffè e un pacchetto di biscotti alla macchinetta automatica di una stazione intermedia durante una fermata notturna. Alle sei del mattino arrivò ad Eugene e si presentò allo sportello ed ebbe un’altra pessima sorpresa: se in California la compagnia di autobus rifiutava gli assegni di altri stati, a Eugene rifiutavano addirittura di incassare quelli dello stesso stato ed accettavano soltanto quelli emessi da una banca della stessa città (con due documenti di identità, naturalmente).

Svegliò un amico per telefono il quale si poteva venire a portargli quei pochi dollari mancanti ma non certamente entro i venti minuti che separavano Filippo dalla partenza del pullman. Avrebbe dovuto attendere la corsa seguente, che sarebbe partita tre ore dopo. Maledí gli autoservizi, le banche dell’Oregon e quelle della California (ma poi scopri che negli altri stati -–forse considerati nazioni estere – avveniva la stessa cosa.

Beati coloro che pensavano ingenuamente che il capitalismo fosse il miglior sistema del mondo e che non si erano ancora resi conto della sua inefficacia!

Ma non sarebbe stata l’ultima sorpresa dell’inefficienza del sistema bancario americano.

Per le vacanze estive parti per la Francia, ove le banche non offrivano né caramelle, né poltrone, né toilette, ma dove almeno si poteva pagare un acquisto in un negozio con un assegno e senza richiesta di documenti, e dove uno poteva aprire un conto in franchi esteri o in dollari ed effettuare operazioni bancarie senza difficoltà né intralci burocratici. Gli parve meraviglioso di poter staccare un suo assegno personale in dollari, depositarlo e riceverne contanti immediatamente in moneta locale. E le banche gli facevano addirittura credito. Proprio cosi! Un giorno ricevette una comunicazione bancaria che lo invitava a presentarsi alla succursale per una comunicazione che lo riguardava e a farlo, se possibile, entro fine mese. Rimase incuriosito e vi si recò immediatamente. Lo informarono che il suo conto era scoperto, di pochi franchi, e che avevano lo stesso acconsentito  ad onorare un assegno da lui emesso che aveva azzerato il suo conto e registrato un modestissimo deficit.

Non sapeva capacitarsene ma finalmente scopri di aver emesso due volte lo stesso assegno destinato ad un cliente (il quale, a fine mese s’accorse del doppio pagamento e – onestamente – gli rimandò la somma del superavit). Il suo banchiere, oltre ad aver onorato l’assegno, lo confortò dicendo che son cose che succedono almeno una volta a tutti, ma che se voleva premunirsi contro la ripetizione eventuale di un errore del genere poteva contrarre un’assicurazione che garantiva una copertura sino ad un massimo da stabilire di comune accordo. Gli piacque la proposta e si adeguò.

Tornando in Oregon trovò alcune fatture da pagare. Depositò in banca un suo assegno in dollari proveniente dal suo conto francese e pagò un mese anticipato di pigione all’albergo in cui risiedeva. L’indomani il cassiere lo chiamò per dirgli che la banca aveva respinto l’assegno per mancanza di fondi. Eppure aveva appena effettuato un bonifico (benché sconsigliato dal Gabrielli questo termine era ormai entrato nell’uso comune dei bancari anche se non corrispondeva, etimologicamente, all’operazione avvenuta: misteri dell’evoluzione semantica!) che superava di gran lunga l’importo dell’assegno. Corse in banca a protestare e ne risultò il dialogo seguente.

Filippo: ”Ieri ho depositato tot, perché non avete onorato un assegno del valore di un decimo dell’importo versato?”

Impiegata: ”Perché trattandosi di un assegno estero ci vogliono almeno due settimane per compensarlo”.

Filippo: ”Ma guardi che Le ho presentato un assegno della mia banca, da me firmato e tratto da un conto a me intestato, la cui dicitura porta visibilmente il mio nome e cognome”.

Impiegata: “Ma che garanzia abbiamo che ci siano abbastanza fondi?”

Filippo: ”Vuol dire che la mia banca non ha fiducia nella mia firma e nella mia rispettabilità? Cambierò banca, mi chiami il direttore , per favore”.

Il direttore si stupì dello stupore di Filippo e lo invitò a cambiar banca, se voleva, ma lo avverti che non ne avrebbe trovato nessuna disposta a fargli credito in quel modo. A nulla valse che spiegasse la prassi francese o italiana o svizzera, ove tutto era stato sempre cosi facile, pur essendo lui ormai uno straniero in quei paesi, mentre quello in cui risiedeva, e che aveva adottato come patria, lo trattava come un paria.

Il direttore parve cadere dalle nuvole; non conosceva la prassi bancaria degli altri paesi, dubitava che fosse cosi facile ottenere credito e incassare assegni, comunque dichiarò che le cose erano cosi, che non poteva fare eccezioni, che doveva imparare a rispettare le usanze locali e via di seguito. Filippo rimase mortificato, per una questione di principi e di dignità e si senti come un bamboccio in una canoa in mezzo a un mare in tempesta. Altroché caramelle e sorrisi!

Coincidenza volle che lo mandassero in trasferta a Las Vegas. Gli garantivano la consegna di un lauto per diem all’arrivo, per coprire le spese locali. Insistette di essere pagato in contanti o con un assegno tirato su una banca locale. Glielo promisero. Arrivò e gli riferirono che il tesoriere era già coricato. Di mattina, lo informarono che non era ancora sveglio, per via dei fusi orari (chissà da dove proveniva!). La cosa continuò per un bel po’ e lui continuò a consumare i pasti al ristorante dell’albergo, addebitando tutto sul conto camera. Quando finalmente gli presentarono il tesoriere dell’organismo internazionale che lo aveva assunto, questi gli comunicò che, per decisione collettiva dei colleghi, l’assegno sarebbe stato consegnato all’atto della partenza per “evitare di sperperarlo alla roulette”.

Figurarsi se lui, figlio di croupier, non sapeva cosa volesse dire il demone del gioco. Poteva facilmente mantenersi a distanza dalla roulette e comunque abbisognava dei soldi almeno per i vizi e gli imprevisti, dato che vitto e alloggio poteva pagarli all’atto della partenza. Lo riassicurarono: a Las Vegas poteva cambiare qualsiasi tipo di assegno, anche di banche fuori stato. Non ci credeva, dopo le sue esperienze, ed offrirono di accompagnarlo allo sportello della cassa del Casinò.

Il cassiere era protetto da una barriera con tanto di sbarre metalliche. Gli chiesero le impronte digitali e si senti mortificato. Accanto a lui c’era addirittura una guardia armata.

Dopo aver compiuto l’operazione ebbe un’idea balzana: chiese ad un impiegato di scattargli un’istantanea mentre si trovava di fronte allo sportello e apponeva le proprie impronte digitali col poliziotto accanto. Aveva indovinato: la fotografia lo mostrava dietro le sbarre e nessuno poteva appurare se dentro  o fuori della “gabbia”. Ne fece sviluppare una dozzina di copie e le spedì ad amici e parenti in Italia, con la didascalia

 

L’ULTIMO ARRESTO !

Ricevette un telegramma dal padre:

Non mi pare ci sia tanto da ridere STOP Nomina avvocato STOP Chiedi estradizione in Italia STOP  Piattole e cimici si valgono ma banche funzionano STOP

Bacioni STOP

Papà

 

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The Bonbons from Bankers

Short Story by Pietro Ferrua

Preface and translated synopsis: Mirella Bontempo

This isn’t a story of high finance, but about micro-level banking and culture clash where ironically, European bureaucracy, Italy’s no less, seem less complicated than its American counterpart. The story is about Filippo,  an Italian immigrant in Oregon, and the hurdles he faces with American banking, a common experience of immigrants who clung to their deeply enshrined mode-à-faire in the 1950s and 1960s.

Filippo marvels at the friendliness of American banks, how they give out candies, provide clean bathrooms, and offer lounge chairs to their clients. His friend warns him, though, that he is probably paying for all of this through high interest rates. Filippo meets an Italian-American employee, Mr. Caramella (Mr. Bonbon), of immigrant paesan stock, who isn’t very accommodating. Filippo’s bureaucratic nightmares begin when the bank’s clerk refuses all cheques and deposits due to his insistence on the European way of writing out numbers: the seven with a bar, the skinny four and the one with the hook, are all rejected, along with the comma. His school-aged children teach him the correct way, the American way. When tellers inform him that his passport isn’t enough for identification, or for exchanging travellers’ cheques, they suggest that he needs a social security card and drivers’ license, even though he has heard that the latter can be easily faked. Also, he cannot access credit without a credit card because he has no debts! However, they offer him a mortgage.

Travelling for business to neighbouring California proves to be Kafkaesque too since the banks there don’t accept out-of-state cheques. He is, however, able to find Italian food, like Filone bread. When his plane trip is cancelled and all trains to Oregon are booked, he takes a bus to Eugene since there is no direct bus to his city, Portland. Even intra-state banking proves difficult in Eugene, Oregon, where they refuse to accept cheques from his Portland, Oregon bank.

He had never had problems when he set up a temporary account while vacationing in France, or when he lived in Switzerland. However, in America, when he transfers the funds to his local bank, the teller cannot process the transaction because it takes weeks to confirm his signature. A bewildered Filippo threatens to change banks. ( Incidentally, Filippo sounds like my father).”This never happens to me in Europe,” he says, but the bank manager tells him, in no uncertain terms, that since he now lives here, he needs to adapt to American ways.

In Las Vegas, on another business trip, his company makes sure that there is no running company tab lest he go wild with gambling. As a croupier’s son, he knows very well about a gambler’s desperation. He makes sure to get cheques in local funds to avoid hassles. But he learns that they accept everything in Vegas – hence its reputation for vice. Upon seeing a heavily armed security guard facing the Vegas cash cubicle in the hotel, Filippo poses in the clerk’s position, behind the enclosed kiosk with the slammer-like bars, to take a photograph to send to his family. Very soon, his father’s telegram arrives to tell him to expatriate back to Italy immediately because it isn’t funny to be arrested.